Gli auguri del vescovo di Mantova

venerdì, 21 marzo 2008 (FONTE: http://www.lacittadellamantova.it/index.php?option=com_content&task=view&id=2147&Itemid=882 )
 

Il criterio dell’amore

   Bentrovati nella settimana che noi chiamiamo Santa e anticamente si definiva anche “autentica” quasi a dire che è il paradigma di ogni settimana dell’anno, perché ogni settimana dell’anno si conclude e nello stesso tempo si apre con l’ottavo giorno, cioè con la memoria della Resurrezione. La Resurrezione perciò è il termine fondamentale, e allo stesso tempo la fonte, della nostra fede e della nostra speranza. Se Cristo non fosse risorto, dice San Paolo, la nostra fede sarebbe del tutto vana. E in questa Settimana Santa che abbiamo aperto con i riti dell’accoglienza di Gesù, gloriosamente e giosamente, in Gerusalemme, ma nello stesso tempo ci è stata letta la Passione di Gesù secondo Matteo, e quindi è Settimana di gioia e nello stesso tempo di passione.
 
  Abbiamo visto nelle settimane scorse i termini del dolore, dell’accoglienza del dolore da parte di Dio, e abbiamo detto che proprio questa è la eccedenza cristiana: non un Dio che sta a casa sua ad aspettare che noi facciamo dei gesti di bontà, un cammino di bontà per poterci premiare, altrimenti per castigarci: ma un Dio che viene a casa nostra, e questa casa non è soltanto le quattro mura che contengono la nostra vita quotidiana, ma è il nostro corpo, la nostra vita, la nostra persona, sono le nostre relazioni di vita dentro questo mondo che urtano inevitabilmente contro tutto ciò che contraddice invece il desiderio fondamentale che è quello di vita e di felicità, e lo contraddice fino al punto da romperlo nella morte.
  
Gesù allora come uomo, abbiamo detto, cammina dentro questa realtà umana non come il Figlo del padrone che è esentato, ma come colui che invece assume tutto su di sé. E tutto questo assumere tutto su di sé la parte negativa dell’uomo, si traduce in quella che per noi è diventata un’immagine ma che è evidentemente un evento storico e misterioso nello stesso tempo, il luogo in cui Dio ci parla nel silenzio, e vorrei dire anche con un’immagine un po’ strana, la tenebra che è più luminosa della luce è la Croce di Gesù. Non per niente il Vangelo dice che quando Gesù muore in croce “tenebre fatte son”: “scese il buio sulla terra” perché sembrava che tutto fosse finito, anche Dio muore. Anche Colui che ci ha offerto salvezza deve andare incontro al fallimento più completo e più totale. E non muore così ieraticamente, muore soffrendo. Il grido di Gesù morente è il segno dell’abisso di dolore e di esilio che il Figlio ha voluto assumere per entrare nel più profondo della sofferenza del mondo, della sofferenza di ciascuno di noi, e portarlo così alla riconciliazione col Padre: “Mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonato?”. E’ il momento del bisogno più alto della vita di un uomo e Dio sembra lontano.
  
Ma dirò di più: non solo Dio sembra lontano, il verbo è al passivo, cioè: chi ha consegnato Gesù alla morte e alla morte di croce? E’ il Padre, è il disegno del Padre. Egli non ha risparmiato il proprio Figlio, dice Paolo nella lettera ai cristiani di Roma, ma lo ha consegnato per tutti noi. E’ vero che poi questa consegna è avvenuta attraverso le mani del traditore che poi si accorge di aver fatto un passo di cui non sospettava le conseguenze e butta il denaro ma non riesce a chiedere perdono e se ne va a impiccarsi. E’ vero questo! Ma è altrettanto vero che questa consegna, questa tradizione, questa offerta viene fatta da Dio Padre per il proprio Figlio per svelare la profondità assoluta del suo amore per gli uomini. «Dio infatti ha tanto amato il mondo, dice il Vangelo di Giovanni, da dare, da consegnare il Figlio unico, l’Unigenito, perché chiunque creda in Lui non muoia ma abbia la vita eterna». E ancora la prima lettera di Giovanni: «In questo sta l’amore, non siamo stati noi ad amare Dio ma è Lui che per primo ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati». Questa immagine ultima richiama evidentemente anche il grande sacrificio nel giorno della espiazione in cui veniva sacrificato un capro, mandato via quasi mettendogli sulle spalle tutti i peccati degli uomini, ma cosa che non concludeva nulla. La vera conclusione è quella di Colui che ha assunto su di sé tutto il male del mondo e le sue conseguenze per dare a noi certezza e speranza che questa ormai è una vittoria che non può più essere messa in discussione.
  
Quindi la Croce è la storia, è l’evidenza dell’amore di un Dio che non può essere che Trinità proprio perché l’amore è la donazione totale di se stesso all’altro, e allora è il Padre che si dona al Figlio e il Figlio che assume la nostra natura umana e che ci dona il suo Spirito nel quale abbiamo la certezza che anche noi facciamo parte della vita del Padre del Figlio e dello Spirito, cioè di una vita destinata a non morire più.
  
La contemplazione della Croce perciò non deve fermarsi alla quantità del dolore che Gesù ha sofferto. Ho trovato proprio una signora un poco anziana che mi chiedeva: “ma secondo lei quando Gesù ha sofferto di più?” Io le ho risposto: “ma cosa vuol dire?” E lei: “non so quando l’hanno fermato coi chiodi sulla croce, quando lo hanno flagellato, quando era su sulla croce e si sentiva morire…?” E io le ho risposto: “ma non è questo il modo di guardare alla sofferenza del Signore perché se ci guardiamo attorno troveremo sicuramente tante persone che quantitativamente hanno sofferto ancora di più del Signore Gesù”. Pensate a delle persone che appunto sono inchiodate a un letto per delle malattie che giorno per giorno bloccano i loro muscoli fino a bloccare la possibilità di parlare, di comunicare… oppure a delle malattie dolorosissime che ci fanno sperare soltanto che il nostro fratello o la nostra sorella venga chiamato al più presto alla Casa del Padre. Non è questo il modo per guardare alla sofferenza di Gesù.
  
Il modo per guardare alla sofferenza di Gesù è proprio il criterio dell’amore: scoprire come anche il dolore può essere un’espressione grande di un amore che non può produrre altro che vita e insieme alla vita quindi la gioia e la felicità, quella che non ci verrà mai tolta. Ecco perché il venerdì di passione, di morte e di sepoltura non può che sbocciare nella Pasqua di Resurrezione. E quel passaggio, di cui il passaggio del popolo di Israele dall’Egitto verso la terra della promessa era soltanto un segno, un simbolo, il vero passaggio oggi che è stato operato per noi e in noi è questo: la mia vita è chiamata dall’amore di Dio a far parte della sua. Io posso diventare figlio come il Figlio Gesù, io sono chiamato a essere come Dio. Il desiderio più profondo che ho dentro di me, oggi, nella Pasqua di Gesù, si realizza. Certo la mia vita è ancora come la sua: dentro un percorso che non può non conoscere croce, anzi, che ci chiede di abbracciare, di prendere questa croce sapendo che non c’è sofferenza pur pesante da sopportare, non c’è separazione, non c’è tradimento, non c’è peccato ormai che ci possa separare da Lui.
  
Quale augurio vi posso fare allora per Pasqua se non questo: che guardando alla Croce di Cristo impariamo tutti a vedere gli occhi dell’amore di Dio che non ci tralasciano, che ci seguono sempre e che ci rendono capaci di guardare altri come i fratelli amati allo stesso modo e perciò come persone con le quali consegnarci reciprocamente l’amore di Dio per sentirci da Lui salvati una volta per sempre. Buona Pasqua!

Gli auguri del vescovo di Mantovaultima modifica: 2008-03-21T09:20:46+01:00da borgosotto
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