ESSERE PRESBITERIO

(cf  vita pastorale n. 10/2008 pp. 75-90) 

 A cura di p.Tarquinio Battisti

studenti Cric, Inghilterra 2004

Il presbiterio è sempre  prima e più della somma dei suoi membri: esiste prima della decisione dei preti di stare insieme, di volersi bene, di fare comunità. Per questo l’unità dei presbiteri con il vescovo e tra loro è condizione essenziale dell’identita’ sacerdotale.

Il tema del presbiterio ha una valenza tutta dottrinale, legata alla comprensione sacramentale e non solo giuridica della figura e della funzione del vescovo, sviluppata al Concilio Vat. II (cf. LG 21), e alla conseguente delineazione di una teologia della chiesa locale, nella quale il presbiterio è uno dei soggetti di diritto posto a servizio, nella collaborazione con il vescovo, di quella specifica portio populi Dei che compone una diocesi.

E’ in questo ambito, in particolare nella triangolazione popolo di Dio-vescovo-presbiterio che va ricercata la fondazione della dottrina, piu’ che nella ecclesiologia di comunione.

Primato sacramentale

In questa linea, va anche ribadito il primato della dimensione teologico-sacramentale del presbiterio su quella funzionale.Il presbiterio non e’ la somma dei preti a disposizione del vescovo per il servizio pastorale. Va da se’ chenon manchera’ questo aspetto, essendo l’ordo presbyterii un corpo di persone a servizio di una chiesa; ma la sua unita’ non e’ meramente sociologica: si tratta a tutti gli effetti di un corpo, dove coloro che ne fanno parte sono mambra gli uni degli altri, in analogia con la chiesa-corpo di Cristo.

Come la chiesa non e’ la somma dei battezzati, ma il Corpo di Cristo di cui ogni battezzato e’ membro, il presbiterio non e’ la somma dei preti, ma un soggetto in se’ completo, ontologicamente definito e definibile, la cui ragion d’essere sta nel rendere presente alla chiesa la funzione mediatrice di Cristo.

Tale ripresentazione del sacerdozio di Cristo-capo, attraverso la quale si attua la salvezza del popolo di Dio, e’ composta di due elementi tipici e ugualmente necessari: la communio  tra i membri (le membra) e l’immissione in uno specifico ufficio conferito dal vescovo a servizio del popolo di Dio.

In tal modo e’affermata una radicale natura comunitario-collegiale del presbiterio senza cancellare la funzione personale di ciascun presbitero. Il presbiterio, infatti, e’ sempre prima e piu’ della somma dei suoi membri, e tuttavia, risulta composto di questi membri, ha il volto storico di quanti ne fanno parte …tutti con la loro storia, la loro vita, il loro ministero.

Questo significa che il presbiterio esiste prima della decisione dei preti di stare insieme, di volersi bene, di fare comunita’. Si tratta in altre parole di un dono, di una grazia che configura l’essere stesso del prete in forza della sua appartenenza a quel presbiterio, a servizio di quella chiesa particolare. Come a dire che la realta’ del presbiterio e’ piu’ grande di tutti i tentativi di comunione – vita comune, unita’ pastorali o quant’altro – che oggi si propongono su questo fronte…

Ne deriva che il ministero presbiterale non si risolve nell’adempimento fedele dell’incarica ricevuto; a canto a quello sta sempre la responsabilita’ della comunione, la quale, essendo di carattere ontologico e non sociologico, trova nel presbiterio la sola forma che traduca visibilmente – si potrebbe e dovrebbe dire sacramentalmente – questo tipo di unita’ organica.

La comunione ecclesiale

In questo modo e’ anche indicata la condizione essenziale per l’edificazione della chiesa particolare, e quindi la priorita’ per la vita di ogni battezzato nella chiesa particolare, e di ogni prete a servizio di essa: la comunione ecclesiale, che sul piano del ministero ordinato si traduce nella comunione presbiterale. E’ la comunione ecclesiale che definisce con evidenza l’identita’ della chiesa come tale; ma la comunione presbiterale e’ una forma e una dimensione essenziale della comunione ecclesiale, che non e’ piena e comunque soffre, se e quando manca dell’unita’. Non dovrebbe apparire un assurdo affermare che la mancanza dell’unita’ nell’esercizio del servizio ministeriale e’ in contraddizione con la natura stessa della chiesa e ha come esito la mancata o faticosa crescita delle comunita’ cristiane.

L’una e l’altra forma di comunione sono possibili nella relazione con il vescovo come principio di unita’ e della sua chiesa e del suo presbiterio. Per questo l’unita’ di tutti con il vescovo non e’ un optional; e non lo e’, a maggior ragione, per il presbiterio: e’ piuttosto la condizione fondamentale della identita’ cristiana, in tutte le specificazione, anche ministeriali. Per cui l’unita’ dei presbiteri con il vescovo e tra di loro e’ condizione essenziale e imprescindibile della identita’ presbiterale. Come poi si realizzi, spetta da ogni chiesa ricercarlo…nell’ascolto di quanto lo Spirito va dicendo… sarebbe improvvido istruire una riflessione sul presbiterio e aprire scenari di vita condivisa per far fronte a problemi di frammentazione nell’esercizio del ministero, o di solitudine del prete o di quant’altro viene sbandierato per giustificare le comunita’ sacerdotali.

I preti non sono chiamati a costruire il presbiterio, ma ad essere presbiterio. Perche’ il presbiterio esiste prima del prete e accoglie e caratterizza ogni prete. Per cui la costruzione del presbiterio consiste nell’essere gioiosamente parte di questo corpo. Senza gelosie ne’ invidie ne’ divisioni; solleciti gli uni degli altri, gareggiando nello stimarsi a vicenda, portando i pesi gli uni degli altri. Sono le condizioni della comunione, ampiamente elencate dalla Scrittura, che indicano la testimonianza dell’umile unita’ fra tutti prima della competenza dei singoli; la quale potrebbe risolversi in cattiva testimonianza, se alimentasse la divisione e la competizione.

IL PRESBITERIO nel VATICANO  II

“La precipua manifestazione della chiesa si ha nella partecipazione piena e attiva [plenaria et actuosa] di tutto il popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima eucaristia, nell’unica preghiera intorno all’unico altare cui presiede il vescovo circondato dal suo presbiterio e dai ministri” (SC 41).

“I sacerdoti, saggi collaboratori dell’ordine episcopale e suo aiuto e strumento, chiamati a servire il popolo di Dio, costituiscono con il loro vescovo un solo presbiterio, sebbene destinato ad uffici diversi” (LG 28).

“I presbiteri, costituiti con l’ordinazione nell’ordine del presbiterato, sono tutti uniti tra loro da un’intima fraternita’ sacramentale; ma in modo speciale essi formano un unico presbiterio nella dicesi al cui servizio sono ascritti sotto il proprio vescovo” (PO 8).

“la diocesi e’ una porzione del popolo di Dio, affidata alle cure pastorali del vescovo, coadiuvato dal presbiterio [ episcopo cum cooperatione presbyterii]” (decreto sull’ufficio pastorale dei vescovi: Cristus Dominus, 11). Lo stesso ribadisce che i sacerdoti diocesani, posti a servizio di una chiesa particolare, “costituiscono un solo presbiterio, e una sola famiglia, di cui il vescovo e’ il padre” (28).

Per il decreto sulle missioni, i vescovi della giovani chiese, “ciascuno con il proprio presbiterio [ma il latino dice una cum suo quisque presbiterio], sempre meglio penetrati del senso di Cristo e della chiesa, devono sentire e vivere con la chiesa universale (AG 19).

La dottrina sull’episcopato

Il Vaticano II ha prodotto un progresso nella comprensione della figura e della funzione del vescovo, che ha modificato anche le relazioni tra i diversi gradi del sacramento dell’ordine. LG 21: “ insegna il santo concilio che con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell’ordine, quella cioe’ che dalla consuetudine liturgica della chiesa e dalla voce dei santi padri viene chiamato il sommo sacerdozio, il vertice del sacro ministero… Dalla tradizione infatti …consta chiaramente che con l’imposizione delle mani e con le parole della consacrazione la grazia dello Spirito Santo viene conferita, e viene impresso un sacro carattere, in modo che i vescovi, in modo eminente e visibile, sostengono le parti dello stesso Cristo maestro, pastore e pontefice e agiscono in su persona”.

In forza di questa dottrina il vescovo e’ “il principio visibile e il fondamento dell’uniya’ nella sua chiesa particolare” (LG 23). Il Concilio stabilisce un legame cosi’ vincolante della chiesa particolare con il suo vescovo da riconoscerla come “chiesa una, santa, cattolica e apostolica” solo in forza e a condizione della presenza del successore degli apostoli, che la configura come parte della communio Ecclesiarum. Nella sua chiesa il vescovo e’ cosi’ l’ “oeconomus gratiae sacerdotii” (26), “vicario e delegato di Cristo”, “non dei romani pontefici” (27), buon pastore del suo gregge, dotato dei “tria munera: docendi, sanctificandi, regendi” (21).

Un tale profilo non pone unicamente la questione del rapporto tra episcopato e presbiterato: se, cioe’, il presbiterato sia partecipazione al sacerdozio del Cristo o piuttosto a quello del vescovo; introduca anche il tema della relazione tra il vescovo e i “suoi” preti.

Sulla prima questione, alcuni testi sembrano insinuare una concezione molto funzionale del presbiterato, quasi fosse un’appendice non necessaria dell’episcopato. In SC 42 la figura dei parroci pare legata a una mera necessita’ pastorale: “poiche’ nella sua chiesa il vescovo non puo’ presiedere personalmente, sempre e dovunque, l’intero gregge, deve necessariamente costituire dei gruppi di fedeli [fidelium coetus], tra cui hanno un posto preminente le parrocchie, organizzate localmente sotto la giuda di un pastore che fa le veci del vescovo”.

In questa linea sembrerebbe muoversi anche la LG 28, quando dice che Cristo stesso “per mezzo dei suoi apostoli ha reso partecipi della sua consacrazione e della sua missione i suoi successori, cioe’ i vescovi, i quali hanno legittimamente affidato in vario grado l’ufficio del loro ministero a vari soggetti nella chiesa”.

Il testo conciliare, pur asserendo che “i presbiteri non possiedono il vertice del sacerdozio e dipendono dai vescovi nell’esercizio della loro potesta’”, afferma altresi’ che “partecipando, secondo il grado proprio del loro ministero, alla funzione dell’unico mediatore, Cristo, essi annunziano a tutti la divina parola. Mas soprattutto esercitano la loro funzione sacra nel culto o assemblea eucaristica, agendo in persona Christi e proclamando il suo ministero, uniscono i voti dei fedeli al sacrificio del loro capo e nel sacrificio della messa rendono presente e applicano, fino alla venuta del Signore, l’unico sacrificio della nuova alleanza, vale a dire il sacrificio di Cristo”.

Anche il decreto sui vescovi afferma che “tutti sacerdoti, sia diocesanio che religiosi, in unione col vescovo partecipano all’unico sacerdozio di Cristo e lo esercitano, e percio’ sono costituiti come provvidenziali cooperatori dell’ordine episcopale” (CD 28).

Per risolvere la questione, basta distinguere una dimensione cristologica e una ecclesiale del sacerdozio ministeriale: in prospettiva cristologica, tanto il vescovo che il presbitero partecipano al sacerdozio di Cristo-capo; ma, a livello ecclesiale, il sacerdozio nel grado del presbiterato si fonda e si esprime in un legame di subordinazione al vescovo, come conditio sine qua non per l’esercizio del ministero, che puo’ essere svolto unicamente nella forma della comunione con il principio di unita’ della chiesa particolare, nella quale i presbiteri sono incardinati.

La formulazione piu’ efficace di questo doppio registro e’ quella che apre LG 21: “nella persona dei vescovi, assistiti dai presbiteri, e’ presente in mezzo ai credenti il Signore Gesu’ Cristo, Sommo Sacerdote”.

Il vescovo e il suo presbiterio

Il vincolo che unisce i presbiteri al loro vescovo non e’ meramente funzionale. Come a dire che l’ordo presbyterii non e’ semplicemente la somma dei preti incardinati a una diocesi, ma un organismo, un corpo di ministri a servizio di una chiesa particolare, che sta accanto al vescovo e che trova in lui il suo principio di unita’. Il vescovo e’ “circondato dal suo presbiterio” (SC 41); i presbiteri, uniti come sono “da un’intima fraternita’ sacramentale” in forza dell’ordinazione (cf PO 8), “costituiscono con il loro vescovo un solo presbiterio, sebbene destinato ad uffici diversi” (LG 28).

Quantunque i testi conciliari indulgano a volte a configurare un rapporto dei presbiteri con l’ordo episcopalis in genere e non con il vescovo, va da se’ che l’ordinazione istituisce un vincolo diretto con il proprio ordinario, come dimostra la domanda del vescovo all’ordinando: “prometti obbedienza a me e ai miei successori?”. Questo fatto costituisce un legame di reciprocita’, per cui non esiste vescovo che sia principio di unita’ di una chiesa particolare senza il “suo” presbiterio; e, reciprocamente, non si da’ presbiterio che intorno al vescovo.

Si capisce allora come la diocesi sia “la porzione del popolo di Dio affidata alla cura pastorale del vescovo con la cooperazione del presbiterio, in modo che, aderendo al suo pastore e da lui riunita nello Spirito Santo mediante il Vangelo e l’Eucaristia, costituisca una chiesa particolare in cui e’ veramente presente e operante la chiesa di Cristo una, santa, cattolica e apostolica” CJC 369, che cita CD 11).

Il decreto sulle missioni afferma che ciascun vescovo e’ “una cum suo presbyterio” (AG 19)…il presbiterio non e’, quindi, la somma dei preti che servono al vescovo per garantire il servizio pastorale alla diocesi: se cosi’ fosse, il presbiterio si ridurrebbe a un’unita’ sociologica.

E’ vero piuttosto il contrario, come dimostra LG 28, “I presbiteri, saggi collaboratori nonche’ aiuto e strumento dell’ordine episcopale, chiamati a servire il popolo di Dio, formano con il loro vescovo un presbiterio unico, sebbene destinato ad uffici diversi”; “in virtu’ della comune e sacra ordinazione e della missione, tutti i presbiteri sono fra loro legati da un’intima fraternita’” (LG 28); “costituiscono un solo presbiterio e una sola famiglia di cui il vescovo e’il padre (CD 28); “tra loro uniti da intima fraternita’ sacerdotale, in modo speciale essi formano un unico presbiterio nella diocesi al cui servizio sono assegnati con il proprio vescovo (PO 8); “nel presbiterio ciascun membro e’ unito agli altri da particolari vincoli di carita’ apostolica, di ministero e di fraternita’” (ibid.).

Il magistero post-conciliare ha interpretato in prospettiva ontologica i testi del Vaticano II. Bastino, in proposito, le indicazioni del Pastore dabo vobis: “il ministero ordinato, in forza della sua stessa natura, puo’ essere adempiuto solo in quanto il presbitero e’ unito con Cristo mediante il sacramento sacramentale nell’ordine presbiterale e quindi in quanto e’ nella comunione gerarchica con il proprio vescovo. Il ministero ordinato ha una radicale forma comunitaria e puo’ esser assolto solo come un’opera collettiva” (17); “il presbiterio nella sua verita’ piena e’ un mysterium: infatti, e’ una realta’ soprannaturale, perche’ si radica nel sacramento dell’ordine. Questo e’la sua fonte, la sua origine. E’ il “luogo” della sua nascita e della sua crescita” (74); “la fisionomia del presbiterio e’, dunque, quella di una vera famiglia, di una fraternita’, i cui legami non sono dalla carne e dal sangue, ma sono dalla grazia dell’ordine: una grazia che assume ed eleva i rapporti umani, psicologici,affettivi,amicali e spirituali tar i sacerdoti; una grazia che si espande, penetra e si rivela e si concretizza nelle piu’ diverse forme di aiuto reciproco, non solo quelle spirituali, ma anche quelle materiali” (74).

Le CHIESE LOCALI sono SOGGETTI attivi

·         Sacramentalita’ dell’episcopato (cf LG 10; 21; 23; 27)

·         L’episcopato: referente principale del presbiterato (cf LG 24; 25-27; 28; 41; PO 14-17; pastores dabo vobis(1992) 21-23).

·         L’articolazione ecclesiologica vescovo/presbiteri nella chiesa locale (cf CD 11; LG 18-20; 21; 25; 26; 27; 28).

La novita’ del Vaticano II sulla sacramentalita’ dell’episcopato e la conseguente teologia della chiesa locale comportano una ricomprensione del rapporto tra vescovo e presbiteri con la porzione del popolo di Dio che e’ la chiesa locale… in effetti bisogna tener conto del fatto che la prospettiva ecclesiologica innovativa del Vaticano II sulla chiesa locale, oltre che basarsi sulla riscoperta della sacramentalita’ dell’espiscopato, ha come elemento costitutivo la compresione delle chiese locali come “soggetti attivi”, ma non come semplici delegazioni o “sudduti” della Chiesa universale intesa come un’unica diocesi.

In questo modo ogni chiesa locale presieduta dal suo vescovo con le sue diverse parrocchie e comunita’ guidate dai suoi cooperatori, i presbiteri, appare come “chiesa-soggetto” della cattolicita’ di Chiesa, in quanto ciascuna di esse non e’ una parte bensi’ una “porzione” del popolo di Dio nella quale “e’ veramente presente ed agisce la chiesa di Cristo una, santa, cattolica ed apostolica” (CD 11; cf LG 23.28)

CORRESPONSABILITA’ nella PARTECIPAZIONE (un punto di vista canonistico)

Nella organizzazione ecclesiale sono previste forme giuridicamente strutturate nelle quali i fedeli possono e devono esprimersi secondo le loro proprie competenze, collaborando con i pastori anche nell’esercizio delle funzioni di governo. La partecipazione dei christifideles ha un contenuto diverso, perche’ diverso e’ il tipo di comunione che ne e’ il fondamento.

La “communio” presbiterale, in base al sacramento dell’ordine e all’incardinazione, comporta specificamente una corresponsabilita’ tra vescovo e presbiteri nella cura pastorale della porzione di popolo di Dio e il presbiterio diocesano e’ l’organismo che concretizza la partecipazione a tale ministero.

I testi conciliari al riguardo avevano tracciato le linee essenziali e costitutive del presbiterio, recuperando l’antica nozione negli scritti di Ignazio di Antiochia. Gli sviluppi della riflessione teologica e degli approfondimenti liturgici sul ministero ordinato hanno contribuito notevolmente al pieno recupero della nozione del presbiterio.

Per il codice vigente la nozione di presbiterio e’ nuova poiche’ era assente nella legislazione codiciale precedente…

A volte viene utilizzato il solo termine “presbiterio” (cf cann. 369; 495 § 1; 499; 713 § 1)

due volte compare in aggiunta la dimensione diocesana specificata come “presbiterio diocesano” cf can. 245 § 2) o come “presbiterio della diocesi” (cf can. 529 § 2);

infine, in alcuni casi, con riferimento al vescovo diocesano, viene denominato “suo presbiterio” (cf cann. 400 § 2; 757).

Il presbiterio e’ un organismo legato strettamente alla diocesi e al vescovo diocesano…ecclesiologicamente situato nell’ambito della chiesa particolare, di cui e’ l’elemento costitutivo (dimensione diocesana).

La formulazione del can. 369 mette in evidenza che elemento costitutivo della diocesi e’ la cooperazione del presbiterio e non dei presbiteri…

Il Vaticano II, abbandonando la centralita’ del potere sacerdotale di consacrare l’eucaristia e presentando il vescovo come il perno ministeriale della chiesa particolare, colloca il ministero del presbitero in relazione a quello del vescovo. A una visione individualista del presbitero, detentore di un potere sacramentale personale, sviluppatasi in seguito a Trento, subentra la riscoperta della dimensione comunitaria del presbiterato.

Al vescovo viene affidata la cura pastorale della diocesi e a tale cura coopera il presbiterio, non perche’ a cio’ chiamato dalla discrezionalita’ del vescovo medesimo, ma perche’ tale collaborazione, stabilita per legge, e’ richiesta dalla comune partecipazione del vescovo e dei presbiteri allo stesso sacerdozio di Cristo. Tra vescovi e presbiteri, pertanto, c’e’ una comunione che li congiunge nell stesa ordinazione e messione, nello stesso sacerdozio e ministero; ma e’ una comunione che si qualifica come hirarchica, perche’ai presbiteri e’ stata data per essere esercitata in aiuto dell’ordine episcopale e sotto la sua autorita’ (cooperazione).

E’ possibile ritrovare nella normativa codiciale i presupposti per un adeguato sviluppo della dimensione collegiale del governo della chiesa particolare. La legittima pretesa dei presbiteri di partecipare al governo diocesano trova nel presbiterio il luogo e il tempo in cui concretizzare la corresponsabilita’ che unisce vescovo e presbiteri nella comune partecipazione allo stesso sacerdozio di Cristo.

SCHEMA GENERALE:

·         LA CHIESA PARTICOLARE ( IDEE GUIDA ): VATICANO II E DOM GREA

1.     VESCOVO E CHIESA PARTICOLARE

2.     VESCOVO E PRESBITERIO

3.     LA VITA RELIGIOSA E IL CLERO DIOCESANO

4.     LA PARROCCHIA : “ultima localizzazione della chiesa, e’ in un certo senso la chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie”.(christifideles laici n. 26)

5.     gli elementi essenziali che definiscono l’essere chiesa della parrocchia

§    La predicazione evangelica

§    La celebrazione eucaristica

§    I doni dello Spirito

§    La comunione fraterna

devono poter plasmare la liberta’ dei credenti, configurandola come possibilita’ storica per la fede cristiana. Quindi:

                                                                                                      I.           come sviluppare oggi l’ecclesiologia del popolo di Dio in relazione all’istituzione parrocchiale.

                                                                                                    II.           come affrontare il tema delle unita’ pastorali o delle piccole comunita’ interne alla parrocchia.

                                                                                                 III.            Come, in altre parole, cambiare la sua struttura organizzativa, quali i passi di rinnovamento da fare.

                                                                                                 IV.           Come realizzare lo scopo principale della istruzione – documento della Congregazione per il clero: il presbitero, pastore e guida della comunita’ parrocchiale – che chiede  di far risaltare, davanti alla comunita’ e al clero, il ruolo del sacerdote-pastore, leader sacramentale, che dalla parrocchia anima e conduce verso Cristo, via al Padre…

dom gréa

TEOLOGIA DELLA CHIESA PARTICOLARE

Cf dom Gréa, léglise et sa divine constitution, Casterman 1985

Nel collegio apostolico il Cristo fonda veramente la chiesa universale, che sussiste in esso come nella sua parte principale (p. 52)

La missione che il Cristo ha conferito al collegio apostolico, passa intera al collegio episcopale (p. 52)

Il vescovo, a somiglianza di Cristo capo, principio e sorgente (p. 97) da cui tutto procede e da cui tutto dipende (p. 393). Non vi e’ nella sua chiesa un altro principio, un altro sacerdozio, un’altra autorita’ accanto alla sua o indipendente dalla sua (p. 97).

La missione del vescovo e’ infatti un prolungamento ed una estensione della missione stessa del Cristo (p. 86). Il vescovo porta ad una porzione del popolo di Dio tutta l’azione sacerdotale di Cristo (p. 100 e 289)…”come il Cristo e’ il capo della chiesa, il vescovo e’ il capo del suo popolo, della sua chiesa particolare” (p. 52).

“il Cristo e’ nella chiesa la sorgente della autorita’ e i vescovi derivano (tiennent) da Lui la loro (p. 85). La missione del vescovo e’ una estensione della missione di Cristo (p. 86; 310; 150-152).

Per dom Gréa l’ordinazione episcopale e’ essenzialmente finalizzata ad una chiesa particolare… l’ordinazione fa infatti del vescovo lo sposo della sua chiesa.

Il mistero della chiesa universale si attua nella chiese particolari attraverso il ministero episcopale (p. 69; 70).

Nel Cristo comunicato agli uomini attraverso il ministero episcopale si compie non solo l’identificazione della chiesa universale e delle chiese particolari, ma, proprio per questo, anche l’unita’ degli uomini dispersi, i quali diventano l’unico Corpo di Cristo.

Nella sua chiesa tutti gli altri sacerdoti sono necessariamente al di sotto di lui (p. 364), appartengono assolutamente al ‘secondo rango’. (p. 364). Cio’ significa che i presbiteri ricevono tutto quel che sono dall’episcopato (p. 320), e che, nella gerarchia della chiesa particolare, essi sono la ‘seconda persona’, ricevono, ma non trasmettono il dono sacerdotale (p.320).

Il vescovo agisce in loro e per mezzo di loro, sono la sua corona, il senato della sua chiesa, coloro che siedono attorno alla sua cattedra (p. 320).

Dom Gréa fa notare che i padri antichi non sono soliti considerare il presbiterio indipendentemente dall’episcopato e come una istituzione separata; il fondamento di questa dipendenza essenziale e’ l’ordine stesso delle comunicazioni gerarchiche che dal vescovo vanno al prete, ordine sacrosanto che non puo’ essere invertito, ne’ soppresso, ne’ sospeso (p. 321).

Il vescovo ed il suo presbiterio possiedono, in fondo, lo stesso identico sacerdozio (p. 314).

Il vescovo rimane sempre l’agente principale nella sua chiesa (p. 317), il primo sacerdote (p.76), il principio (p.314; 344); e il presbitero non occupa di fronte a lui che una funzione di aiuto e di assistenza, che dom Gréa qualifica in diversi modi.

Come i vescovi sono “associati a Gesu’ Cristo e suoi collaboratori… e il loro collegio e’ veramente la chiesa tutta” (p. 64; 74), cosi’, nella chiesa particolare, anche i presbiteri sono associati al vescovo e suoi collaboratori (p. 74; 75; 309-310), formano “il collegio della sua cattedra” (p. 75), “ il collegio della chiesa particolare” (p. 328); ed ina questo collegio risiede veramente tutta la chiesa particolare (p. 73). E come non c’e’ episcopato senza il Cristo, cosi’ “non ci sono sacerdoti senza il vescovo” (p. 361).

Come il collegio episcopale costituisce “il senato e il presbiterio della chiesa universale” (p. 74; 360), cosi’ anche i presbiteri sono “il senato della chiesa particolare e costituiscono quella assemblea che l’antichita’ chiama presbiterio (p. 75). Come il Cristo fa l’unita’ del collegio episcopale, il vescovo fa l’unita’ del collegio presbiterale (p. 309-310; 363).

Tale unita’ del presbiterio con il vescovo, trova la sua espressione principale, a livello sacramentale, nella concelebrazione eucaristica (dom Gréa, La Sainte liturgie, Paris, 1909, p. 42).

Se la chiesa e’ un popolo unito al suo vescovo, ne consegue che la chiesa prega in quanto tale, solo quando vi e’ un popolo con il suo vescovo. La preghiera del popolo con il suo vescovo viene cosi’ ad essere per dom Gréa, la forma ufficiale della preghiera ecclesiale. Tale forma ufficiale e pubblica e’ da lui chiamata “preghiera liturgica” (p. 301). La preghiera liturgica trova una sua tipica espressione nelle ore canoniche dell’ufficio divino (p.302).

L’ufficio divino dei presbiteri non e’ dunque il loro affare personale…ma la preghiera pubblica della chiesa che essi compiono insieme con il loro vescovo per, a nome di e con il popolo (p.303).

Dom Gréa proclama alto il diritto che il poplo fedele possiede a prendere parte attiva all’ufficio divino dei suoi pastori (p. 303).

Dom Gréa fu uno dei primi e dei piu’ instancabili propugnatori e difensori della vita comune fra il clero diocesano. In essa egli vedeva non soltanto la forma originale della vita del presbiterio intorno al vescovo (p. 465), la espressione naturale della collegialita’ e dell’unita’ del sacerdozio, ma anche un mezzo per garantire la santita’ dei preti e l’efficacia pastorale del loro ministero.

ESSERE PRESBITERIOultima modifica: 2008-11-27T15:41:00+01:00da borgosotto
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