Verso il Capitolo: sintesi dei lavori dello scorso anno (a Roma)

valutazione

mons. Gian Franco Poli

L’itinerario di lavoro personale e comunitario, proposto alle entità romane di: “Casa generalizia”, “Regina Pacis” “Natività di Maria” e “San Giulio”, nei mesi di aprile – giugno 2011, è stato più che positivo. Nei contributi trasfonde una pacata, ma entusiasmante esperienza di freschezza, di franchezza, di coraggio e di gioia di essere CRIC nella Chiesa di oggi.

Il linguaggio utilizzato e un po’ scanzonato, l’attualità dei temi, la puntualità delle riflessioni, la critica coraggiosa e costruttiva, rendono tali contributi una miscela indovinata di pensieri ed emozioni che raggiungo lo scopo di offrire un primo quadro di riferimento in vista dell’assise capitolare del prossimo luglio 2012.

Più volte nei contributi raccolti e ordinati, i CRIC sottolineano all’unanimità l’importanza vitale dell’essere una realtà canonicale, scoprendo le ricchezze, i talenti, che la grazia di Dio ha seminato in ciascun membro, nella originalità personale e nel mettere tale tesoro al servizio degli altri, “come una moltiforme grazia di Dio”[1].




[1] Rm 12, 6.

I vari contributi non risultano mai banali, ma nemmeno pedanti; è davvero affascinante, registrare che gli apporti sono profondi e sempre presentati in modo gradevole, simpatico. Si deve pure affermare che, pur essendo profondamente aderenti alla vita, le osservazioni maturare in seno alla comunità, elevano a prospettive future, sulle quali potranno lavorare i capitolari, poiché pulsano la voglia di cambiamento e l’attesa di un sessennio all’insegna della programmazione e progettazione.

Emerge tra le righe una “grande speranza”; è uno degli appelli più insistenti, sono inviti quanto mai operativi che non possono lasciare indifferenti, dato che tutti i CRIC sono tutti corresponsabili e consapevoli del futuro della Congregazione. Dispiace, che non sempre nelle comunità, sia stato riservato un tempo sufficiente per l’assimilazione personale, la condivisione e la ricerca di strategie, nonostante la positività dei risultati ai quali si è pervenuti.

I CRIC hanno voluto evitare due tentazioni: la prima è quella di rinchiudersi in un ghetto, per tentare di ricreare la cultura canonicale del passato, quasi un rifugio confortevole dove si condividono le stesse convinzioni, si parla lo stesso linguaggio, perpetuando una visione nostalgica, priva della profezia che dom Gréa ha lasciato loro in eredità.

La tentazione opposta è quella di assimilare la Congregazione alla società attuale e di finire succubi del mondo secolarizzato; avrebbero potuto dire che tutto va bene, che non ci sono dei problemi da affrontare, che ormai è troppo tardi escogitare possibilità di cambiamento, per la ragione che ci si è ormai accomodati ad un clima di sistematizzazione personale.

Ecco in sintesi alcune “priorità” emerse e che vogliono essere una prima e sintetica carrellata di proposizioni operative:

 

Rilanciare la vocazione canonicale

 

In questo momento, i CRIC attraversano un passaggio stretto, per il numero e l’età dei membri; quasi tutti sono d’accordo che la vocazionale canonicale è importante come mai prima d’ora; anzi il concetto di “vocazione” è l’elemento trainante e sono fieri di questa chiamata divina, così di camminare sulla scia di dom Gréa.

Si percepisce dagli interventi scritti e orali, che nonostante il momento particolare e i forti dubbi sul futuro, c’è volontà di rinnovamento e di cambiamento, grazie all’avere una vocazione che è attualissima, una vocazione che chiama a vivere all’interno delle singole comunità e ad individuare nuove strade esterne per la missione.

Non c’è minimamente rassegnazione; solo in due casi si registra un certo pessimismo, ma per la maggioranza c’è la consapevolezza che la vocazione canonicale è meravigliosa non tanto perché i CRIC sono individui perfetti, ma perché rappresentano un segno di speranza per le diverse comunità parrocchiali.

Inoltre, la vocazione canonicale, dovrebbe mitigare una concezione dell’esistenza carrieristica per sviluppare quella propria di canonico; questa è l’unica modalità per essere in sintonia con il progetto divino.

Un confratello esterna l’idea che sia urgente avere un’idea originaria da condividere, sia per attenuare i germi di attivismo, i quali creano ansia e individualismo, sia per creare tra i confratelli un clima di fede e di condivisione delle medesime scelte pastorali.

 

Una chiamata reciproca

 

Per tutto il corso della vita, i CRIC devono fare i conti con una chiamata reciproca, la quale parte da Dio e raggiunge ogni individuo; in diversi denunciano che questa consapevolezza è percepita in modalità e intensità diverse. E’ carente l’aspetto comunionale della chiamata a vivere insieme. Viene ribadito da più parti, che la realtà canonicale non è solo un organizzazione per la missione della Congregazione, essa esprime l’unica chiamata a vivere insieme per la missione pastorale.

Ci vorrebbe più coraggio e più libertà a fare cose che da soli non avranno nessun futuro, ad osare di più insieme, a non avere paura di “chiamarsi l’uno con l’altro”. Oggi si è più chiamati a vivere l’incertezza che la certezza; questo è uno dei pensieri che qualche confratello ha espresso chiaramente. La cura è una sola: avere più gioia dentro e fuori.

La chiamata reciproca rimanda, rileva un religioso, a darsi generosamente all’altro e agli altri; è un mettere se stessi nelle mani dei confratelli, anche di quelli più fragili e più anziani.

E’ opportuno favorire i ruoli intercambiabili tra confratelli, soprattutto per ribadire che si è tutti chiamati ad evangelizzare attraverso la vita pastorale.

 

Il carisma canonicale è vivo

 

Il carisma canonicale, dai numerosi interventi, rappresenta un albero vivo con le sue foglie, con la corteccia e con tutte le radici, un albero che ha ancora molti frutti da dispensare. Il carismache lo Spirito ha consegnato a dom Gréa, in un determinatoperiodostorico e in un suo contestoculturale, è attualissimo; al di delle contingenzestoriche, incarna in modo del tutto particolare una parola “dell’unicaluce di Cristo, riflessa sul volto della Chiesa[1].

In molti chiedono di “ri-scoprire” e “mantenere” viva l’ispirazione evangelica delle origini di dom Gréa, affinchè il carismarimangaincontaminato, profetico e attuale”; al riguardo si auspica di ri-mettersi sulle orme del fondatore, con la stessa docilità allo Spirito, ripercorrendo il suo stesso itinerario di fede[2].

Alcuni parlano di ri-cuperare dom Gréa soprattutto la visione di “Chiesa lode”, la “dimensione liturgica della parrocchia” e lo “stile conciliare e relazionale”.

 

La vita fraterna

 

Si percepisce che il prossimo capitolo generale dovrà avere il coraggio di affrontare i mali comunitari denunziati: tensioni tra confratelli, difficoltà relazionali, ferite del passato, allergie comunitarie, sfiducia nella vita comune, potenziare e qualificare gli incontri comunitari..

Sarà essenziale determinare gli incontri da tenere sistematicamente in ogni comunità, sia per progettare insieme una pastorale adeguata al carisma di dom Gréa, sia per curare la vita ad intra.

 

 

Rilievi ai Superiori

 

Qualcuno rileva che da parte dei Superiori non c’è stato sempre il riconoscimento delle qualità e competenze dei confratelli, e che sovente si è chiamati ad assolvere dei compiti che sembrerebbero una perdita di tempo e non adatti ai propri carismi. Nessun canonico deve essere considerato come uno zerbino passivo, o costretto ad accettare un’obbedienza infantile che tratti i religiosi come delle pedine disposte sulla scacchiera del superiore di turno, per riempire dei buchi.

Deve esistere dialogo e attenzione reciproca, in particolare verso i canonici che si sentono feriti e disorientati; il superiore deve essere in grado di animare realmente la propria comunità, non deve delegare a nessuno questo ruolo.

Mancano nelle comunità degli incontri periodici, a causa dell’incuranza dei superiori, i quali non li organizzano, potenziando così uno stile di vita troppo individualistico. Qualcuno è convinto che certi superiori contribuiscono alla morte della Congregazione e della propria comunità.

 

L’azione progettuale un valore aggiunto

 

In diversi affermano che ogni azione istituzionale non è sempre frutto di una progettazione, ma si può essere sicuri che nella vita della Congregazione questa dimensione progettuale dovrà avere una via preferenziale, anche perché nella vita di ogni giorno si progetta molto più frequentemente di quanto si possa immaginare.

Qualsiasi azione progettuale racchiude in sé un’attività di ricerca, a partire dal riconoscimento e dalla consapevolezza di un bisogno, della sua definizione in termini di problemi da risolvere, dalla previsione delle risorse umane e istituzionali, dai “beni” materiali che servono per soddisfare il o i bisogni individuali e comunitari, a cui si voglia dare risposta.

Il prossimo Capitolo generale, sono in molti a desiderarlo, dovrà pensare e lavorare per progetti, con il concorso di tutti e per il bene di tutti; il progetto del sessennio che nascerà sarà come un ponte tra ciò che si è individuato come una carenza, un disagio, una mancanza da colmare, e ciò che si ritiene pienamente soddisfacente per rendere la vita della Congregazione più funzionale e più fluida.

Il problema non è soltanto progettare, ma investire nel cambiamento, il che richiede pensiero creativo e immaginazione positiva, come è stata confermata ampiamente da questa esperienza di condivisione comunitaria e istituzionale.

 

 

proposte

 

·         Istituire una commissione per rileggere e rilanciare il carisma canonicale, cercando di proteggerlo da preteseingerenzeesterne; occorrerà il coraggio di andare più in profondità, studiando le fonti e attualizzando le linee ecclesiologiche, soprattutto quelle di impronta partecipativa e comunionale.

·         Aprire ai laici e prepararli per condividere insieme il carisma canonicale.

·         Elaborare un progetto formativo comunitario che rappresenti ampiamente la logica comunionale e carismatica di dom Gréa.

·         Scegliere un superiore generale e un vicario che esprimano chiaramente la volontà di cambiamento e di pianificazione della Congregazione.

·         Portare al prossimo Capitolo generale il tema della “spiritualità della vita religiosa”.

·         Redarre in Capitolo un “progetto sessennale” con il concorso di tutti.

·         Ripensare le comunità di Montichiari e Roma “Casa generalizia”.

·         Qualificare la “Casa generalizia”, quale cuore pulsante, centro spirituale carismatico per la Congregazione.

·         Ridimensionare la presenza nelle parrocchie romane.

 

·         Proporre ai confratelli come rimedi per il rinnovamento spirituale: la direzione spirituale, la confessione e la pratica della meditazione.

·         Offrire indicazioni a livello comunitario per la redazione del “progetto comunitario”, la pratica degli incontri periodici, il lavorare insieme, il puntare sul positivo e il contribuire a creare un clima di condivisione e di reale fraternità.

Mi sembra che la preghiera di Martin Luther King, riassuma opportunamente i sentimenti e le scelte da perseguire, come singoli e come comunità:

 

“Si’, è vero, io stesso sono vittima di sogni svaniti, di speranze rovinate, ma nonostante tutto voglio concludere dicendo che ho ancora dei sogni, perchè so che nella vita non bisogna mai cedere.
Se perdete la speranza, perdete anche quella vitalità che rende degna la vita, quel coraggio di essere voi stessi, quella forza che vi fa continuare nonostante tutto.

Ecco perchè io ho ancora un sogno…

Ho il sogno che un giorno gli uomini si rizzeranno in piedi e si renderanno conto che sono stati creati per vivere insieme come fratelli.

Questa mattina ho ancora il sogno che un giorno ogni nero della nostra patria, ogni uomo di colore di tutto il mondo, sarà giudicato sulla base del suo carattere piuttosto che su quella del colore della sua pelle, e ogni uomo rispetterà la dignita’ e il valore della personalità umana.

Ho ancora il sogno che un giorno la giustizia scorrerà come acqua e la rettitudine come una corrente poderosa.

Ho ancora il sogno che un giorno la guerra cesserà, che gli uomini muteranno le loro spade in aratri e che le nazioni non insorgeranno più contro le nazioni, e la guerra non sarà neppure oggetto di studio.
Ho ancora il sogno ogni valle sarà innalzata e ogni montagna sarà spianata.

Con questa fede noi saremo capaci di affrettare il giorno in cui vi sarà la pace sulla terra”.




[1] Vita Consecrata, 16.

[2] Cfr. Ripartire da Cristo, 24.

Verso il Capitolo: sintesi dei lavori dello scorso anno (a Roma)ultima modifica: 2011-11-16T20:50:30+01:00da borgosotto
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